Nel lavoro quotidiano di chi opera tra marketing strategico, reputazione e gestione del capitale, c’è un equivoco che torna spesso: pensare alla comunicazione come a un elemento accessorio, separato dal “vero” business.
In realtà, oggi la comunicazione è parte integrante del lavoro imprenditoriale. E nei settori più sensibili – finanza, investimenti, partecipazioni, operazioni industriali – può diventare un vero e proprio fattore di rischio.
L’intervista televisiva di Leonardo Maria Del Vecchio a Otto e Mezzo offre un caso interessante non per giudicare una persona, ma per riflettere su un tema più ampio: cosa succede quando l’esposizione pubblica non è sostenuta da una strategia comunicativa adeguata al contesto?
Non è una notizia, ma un cambio di paradigma. Novecentosettantacinque milioni di dollari.
È la cifra che ha fatto il giro dei social e delle redazioni, associata alla vendita della società legata a Khaby Lame. Ma fermarsi al numero significa perdere completamente il punto.
Perché ciò che è accaduto non è semplicemente l’ennesima exit milionaria nel mondo dei creator. È qualcosa di più radicale: la possibilità concreta di fare una exit da sé stessi.
Un’idea che, fino a pochissimo tempo fa, sembrava fantascienza.
La costruzione di un brand territoriale è una delle sfide più affascinanti del marketing contemporaneo. È un’attività che richiede sensibilità strategica, profonda conoscenza del territorio e capacità di tradurre tutto questo in un linguaggio visivo coerente, potente e allo stesso tempo semplice. Parlare di brand territoriale non significa parlare di un logo: significa parlare di identità, di posizionamento, di racconto collettivo. Significa creare un segno che rappresenti un sistema complesso fatto di cultura, paesaggi, persone, economie e aspirazioni.
Le destinazioni che hanno saputo farlo meglio (da New York ad Amsterdam, passando per Porto) ci mostrano quanto un brand ben progettato possa orientare la reputazione di un luogo per decenni, diventando un vero e proprio patrimonio culturale condiviso.
L’ecosistema dell’influencer marketing in Italia è entrato in una fase di maturità regolatoria: l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) ha istituito l’elenco pubblico degli “influencer rilevanti”, dando attuazione a linee guida e a un codice di condotta che rendono più chiari obblighi, tutele e responsabilità. È un passaggio che sposta l’asse dall’autoregolamentazione alla coregolamentazione, con effetti tangibili su trasparenza, tutela dei minori, corrette comunicazioni commerciali e contrasto alla disinformazione.
L’influencer marketing non è più un canale sperimentale. Il budget dedicato cresce, la filiera si è professionalizzata (talent, agenzie, centri media) e le metriche attestano una capacità di spostare awareness e conversion lungo tutto il funnel. In questo scenario, brand e creator si muovono su un terreno dove fiducia e trasparenza sono driver di performance tanto quanto reach ed engagement. Una regolazione più chiara non frena le campagne: le rende più credibili e difendibili, anche quando si maneggiano temi sensibili o audience miste.
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