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Khaby Lame: quando il personal brand diventa un asset vendibile da 975 milioni

Non è una notizia, ma un cambio di paradigma. Novecentosettantacinque milioni di dollari.
È la cifra che ha fatto il giro dei social e delle redazioni, associata alla vendita della società legata a Khaby Lame. Ma fermarsi al numero significa perdere completamente il punto.

Perché ciò che è accaduto non è semplicemente l’ennesima exit milionaria nel mondo dei creator. È qualcosa di più radicale: la possibilità concreta di fare una exit da sé stessi.

Un’idea che, fino a pochissimo tempo fa, sembrava fantascienza.

Da persona a fenomeno globale: perché Khaby funziona

La storia di Khaby Lame è ormai nota, e proprio per questo va raccontata senza retorica.
Perde il lavoro durante il lockdown, inizia a pubblicare video su TikTok, diventa virale senza dire una parola. Solo gesti, solo espressioni.

Quel silenzio non era un limite, ma una scelta strategica, capace rendere il messaggio universale, di eliminare il superfluo, parlando a tutti.

Ed è qui il punto chiave: Khaby non era un personaggio costruito.
Era riconoscibile perché era una persona. Con una storia, una vulnerabilità, un’autenticità percepita. Il suo valore non stava nella tecnica o nella produzione, ma nel riconoscimento sociale di un individuo unico.

“Se il business dipende da te, non è scalabile”. Davvero?

Per anni ci è stato ripetuto lo stesso mantra:

  • Se il business è troppo legato alla persona, non scala.
  • Se manchi tu, il progetto muore.
  • Devi creare un brand aziendale, impersonale, solido.

L’operazione Khaby Lame dimostra che questo paradigma non è più assoluto.

Con 360 milioni di follower, il creator più seguito al mondo ha ceduto la holding che gestisce il suo personal brand in un deal da quasi un miliardo di dollari. Ma la vera svolta non è la cessione in sé.

L’accordo che cambia tutto: identità come infrastruttura

L’intesa include la licenza globale dei dati biometrici di Khaby: volto, voce, movimenti, modelli comportamentali. Tutto ciò che serve per creare un AI Digital Twin capace di operare in autonomia.

Contenuti h24, in più lingue, su più mercati, senza stanchezza, senza limiti fisiologici.
Il corpo può fermarsi. L’identità continua a lavorare.

Per la prima volta, un personal brand dimostra di poter trascendere la presenza fisica del suo creatore. Non è più solo una proiezione della persona, ma un asset autonomo, scalabile, contrattualizzabile.

In altre parole: oggi, grazie alla tecnologia, puoi letteralmente fare una exit da te stesso.

Dal personal brand al personaggio: da Tony Robbins a Topolino

A questo punto è utile cambiare metafora.

Non pensiamo più al personal brand come a Tony Robbins, legato indissolubilmente alla sua presenza fisica. Pensiamolo piuttosto come a Topolino: un personaggio che può essere utilizzato, reinterpretato, messo in leva da altri, anche quando il suo creatore non c’è più.

Un’identità che può continuare a generare valore anche quando:

  • vai in pensione,
  • ti ritiri,
  • o semplicemente scompari dalla scena pubblica.

Ti spaventa? È normale. Ma non è del tutto nuovo.

L’idea che altri possano usare il tuo volto, la tua voce, il tuo stile spaventa. Il timore è chiaro: che ti vengano messe in bocca parole non tue, che il tuo nome venga associato a messaggi che non condividi.

Ma se ci pensiamo bene, questo rischio esiste da sempre.
Ogni volta che deleghi la tua comunicazione a un’agenzia, a un copywriter, a un ghostwriter, accetti una mediazione tra ciò che sei e ciò che viene rappresentato.

La differenza è che l’AI, paradossalmente, consente più controllo, non meno.
Contratti, clausole, limiti etici, esclusioni settoriali: esattamente come avviene per i grandi marchi globali.

L’identità, per la prima volta, può essere governata come una licenza.

Il paradosso dell’unicità scalabile

Eppure, c’è un nodo che non possiamo ignorare.

Il valore originario di Khaby non nasceva dalla replicabilità, ma dall’unicità.
Dal fatto che quel volto, quei gesti, quel silenzio appartenessero a una sola persona.

Nel momento in cui quell’unicità diventa scalabile, moltiplicabile, onnipresente, qualcosa cambia. Non stiamo più guardando una persona, ma un’interfaccia. Un sistema di delivery commerciale che utilizza l’estetica di un essere umano.

Qui si apre quella che potremmo chiamare una uncanny valley identitaria: abbastanza simile a una persona reale da attivare empatia e aspettative, abbastanza artificiale da tradirle continuamente.

Il rischio non è tecnico, ma culturale.

Non è il futuro. È già successo.

La vicenda Khaby Lame va letta su due livelli, da un lato, è la dimostrazione definitiva che il personal brand può diventare un asset vendibile, autonomo, capace di sopravvivere al suo creatore; dall’altro, è un esperimento enorme sul rapporto tra identità, corpo e tecnologia.

Un passaggio storico in cui scopriamo che l’io può essere separato, contrattualizzato, industrializzato.

Forse il futuro non sarà la clonazione delle persone reali, ma la nascita di identità digitali native, che non fingono mai di essere umane. Ma oggi siamo nel mezzo della transizione.

E la vera domanda non è se questa rivoluzione sia conveniente.
La domanda è se siamo pronti a convivere con le sue conseguenze.

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