Intervista Leonardo Maria Del Vecchio: quando la comunicazione diventa un rischio (reale)
Nel lavoro quotidiano di chi opera tra marketing strategico, reputazione e gestione del capitale, c’è un equivoco che torna spesso: pensare alla comunicazione come a un elemento accessorio, separato dal “vero” business. In realtà, oggi la comunicazione è parte integrante del lavoro imprenditoriale. E nei settori più sensibili – finanza, investimenti, partecipazioni, operazioni industriali – può diventare un vero e proprio fattore di rischio.
L’intervista televisiva di Leonardo Maria Del Vecchio a Otto e Mezzo offre un caso interessante non per giudicare una persona, ma per riflettere su un tema più ampio: cosa succede quando l’esposizione pubblica non è sostenuta da una strategia comunicativa adeguata al contesto?
La comunicazione non è immagine, è governance
Quando si lavora con capitali rilevanti, ogni uscita pubblica incide su più livelli: fiducia degli stakeholder, percezione di affidabilità, posizionamento nel medio periodo. Non si tratta solo di “come si appare”, ma di quali segnali si trasmettono.
Nei mercati, i segnali contano quanto i risultati. Talvolta di più. Per questo la comunicazione non è un esercizio estetico, ma una componente della governance: come una decisione d’investimento, va valutata per rischi, benefici e contesto.
Non tutte le platee sono uguali
Un errore frequente è sottovalutare il peso del contenitore. La televisione generalista, soprattutto quella costruita sul confronto politico e sul ritmo serrato, non è uno spazio neutro. È un ambiente che semplifica, personalizza e mette sotto pressione.
In questi contesti non viene premiata la complessità, ma la capacità di sintesi, la tenuta emotiva, la chiarezza di pochi messaggi chiave. Chi entra in studio senza una struttura solida accetta implicitamente un frame che difficilmente potrà controllare. E quando il frame è “chi sei davvero?”, l’intervista tende a diventare un esame, più che un racconto di visione.
Il vero errore: esporsi senza una struttura narrativa
Dal punto di vista professionale, il problema non è la singola risposta, ma l’assenza di un’architettura narrativa chiara. Comunicare bene non significa essere brillanti o carismatici, ma avere:
pochi concetti chiave
una gerarchia di messaggi
una direzione riconoscibile
Senza questa struttura, l’intervista viene subita. E dove il racconto non è governato, viene riscritto da altri: media, social, commentatori, tifoserie. È qui che nascono etichette semplificanti che nulla hanno a che vedere con il valore reale di un progetto, ma che finiscono per condizionarlo.
Quando una frase può costare più di quanto sembri
In finanza e negli investimenti, una frase uscita male raramente produce un danno immediato. Il rischio è più sottile: riguarda la reputazione. La reputazione è un capitale intangibile che richiede tempo per essere costruito e pochissimo per essere messo in discussione.
I mercati non valutano solo le operazioni, ma la prevedibilità del profilo decisionale. Una comunicazione percepita come incerta o improvvisata può alimentare il dubbio più pericoloso: l’imprevedibilità. Ed è su questo piano che anche un’esposizione isolata può generare costi reputazionali duraturi.
Eredità e credibilità: una questione di tempo
Il tema dell’eredità imprenditoriale rende il quadro ancora più delicato. Ereditare non è una colpa, ma non è nemmeno una scorciatoia verso la credibilità. L’autorevolezza non si eredita: si costruisce. E il passaggio generazionale è uno dei momenti più fragili nella vita di un’impresa, perché espone a confronti inevitabili con il fondatore.
Anticipare l’esposizione pubblica in questa fase può essere rischioso. Non perché manchi il diritto di parlare, ma perché la scena mediatica non ammette apprendistati. La voglia di dimostrare, se non accompagnata da piena maturità comunicativa, rischia di rafforzare i pregiudizi invece di superarli.
Merito industriale e comunicazione: due piani distinti
Molte difese si concentrano sul merito delle scelte industriali: investire in Italia, impiegare capitale paziente, scommettere su settori diversi. Tutti elementi legittimi e importanti, ma che appartengono a un piano diverso rispetto all’efficacia dell’esposizione pubblica.
Confondere questi livelli genera dibattiti sterili. Si può riconoscere il valore di un progetto industriale e, allo stesso tempo, rilevare un errore comunicativo. Separare i piani non indebolisce l’analisi, la rende più onesta.
Più capitale, più disciplina
Esiste un’idea sbagliata secondo cui la solidità economica permetterebbe una certa leggerezza comunicativa. In realtà accade l’opposto: più capitale si gestisce, maggiore dovrebbe essere la disciplina. L’improvvisazione non è libertà, ma vulnerabilità strategica.
Non è una notizia, ma un cambio di paradigma. Novecentosettantacinque milioni di dollari. È la cifra che ha fatto il giro dei social e delle redazioni, associata alla vendita della società legata a Khaby Lame. Ma fermarsi al numero significa perdere completamente il punto.
Perché ciò che è accaduto non è semplicemente l’ennesima exit milionaria nel mondo dei creator. È qualcosa di più radicale: la possibilità concreta di fare una exit da sé stessi.
Un’idea che, fino a pochissimo tempo fa, sembrava fantascienza.
Entrare in contatto con il cliente per vendere e infine per fidelizzarlo al brand è il percorso ideale per chiunque si occupi di marketing. La lead generation, ne abbiamo parlato qui, infatti, è solo il primo passo per attivare il contatto, una vera sfida per assicurarsi un business di successo.
Come si costruisce questo cammino che parte dalla lead generation e arriva fino alla fidelizzazione e alla riattivazione del cliente?
Costruire Customer Journey finalizzate alla fidelizzazione richiede innanzitutto due elementi fondamentali: tecnologia e multicanalità. Da un lato il Marketing Automation è l’asset a disposizione per automatizzare, semplificare e monitorare i processi legati alla costruzione di una journey map, dall'altro la multicanalità è invece la chiave di volta per interagire in maniera rilevante con gli utenti nei contesti che frequenta, utilizzando gli strumenti come email, sms, social e web, che il direct marketing ci mette a disposizione.
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